Si è frantumato il patto di fiducia sociale

Non sono nostalgica, ma sono abbastanza vecchia per ricordare tempi diversi.

Il patto di fiducia sociale è a pezzi (con qualche eccezione).

Il patto di fiducia sociale è quello che consente ad una società di essere sana, svilupparsi, guardare al futuro con serenità.

Ha poco a che fare con quale partito governa, a meno che non ci si ritrovi in una dittatura violenta: anche se non ho votato, e non voterei, i partiti che sono al governo oggi, anche se ho parecchie cose da contestare, non imputo al governo la rottura del patto di fiducia sociale, né ai governi precedenti. Fondamentalmente sembra che siano tutti partecipi e corresponsabili del dissesto, ma le colpe sono più di non saper percepire e gestire la situazione che di averla causata.

Aggiungo che, secondo me, il patto è frantumato a livello internazionale, coinvolgendo molti Paesi. E poi… cercare colpe serve a poco se non è finalizzato ad eliminare ostacoli e trovare soluzioni.

Io credo che siamo verso la fine del tempo iniziato con la rivoluzione industriale.

  • Predominano rabbia e depressione, a cui si aggiunge una terribile incertezza.
  • Manca un disegno del futuro, situazione aggravata dal fatto che la tecnologia si evolve con una rapidità tale da rendere molto difficile la comprensione e l’adattamento a buona parte della popolazione.

Ho vissuto in anni con l’inflazione che rasentava il 20%, eppure erano meno incerti di oggi.

  • È vero che i bonus possono essere un aiuto, ma non sono certezze.
  • Le regole cambiano ogni anno.
  • Mio padre sapeva quando e con quale cifra sarebbe andato in pensione. Io non ho il coraggio di andare a fare i conteggi.
  • Trent’anni fa ho acceso un mutuo per comprare casa; ogni anno aumentava la cifra da pagare, ma sapevo che ogni anno sarebbe aumentato il mio stipendio. Oggi… sarebbe impossibile.
  • Il mio primo stipendio, neolaureata al primo impiego, era ritenuto molto basso, eppure era più del doppio di quanto si vedono offrire oggi i giovani nelle stesse condizioni.

Le basse percentuali di votanti evidenziano la sfiducia verso i governanti e le istituzioni, e da questo nascono ansia, rabbia, desideri di rivalsa (sembra che vincano solo i furbi e che molti dei nostri governanti non abbiano idea della vita reale dei cittadini).

Eccezioni?

Secondo me sì, qualcuna c’è. Mi riferisco ad alcuni amministratori locali. E poi ci sono le persone, le singole persone, e lì, nei rapporti umani, si può trovare ancora la speranza.

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Non so come si insegni la storia oggi. Ai miei tempi, parecchi anni fa, la storia era una favola affascinante, ricca di personaggi, o una sequela di date: dipendeva dall’insegnante. Ma era sempre nettamente separata dall’educazione civica (che, bisogna dirlo, era piuttosto trascurata e, quando l’insegnante si ricordava, consisteva solo nella lettura della Costituzione: meglio di niente, ma troppo poco per educare dei cittadini). Certo, l'educazione civica è lo studio delle forme di governo di una cittadinanza, con particolare attenzione al ruolo dei cittadini, alla gestione e al modo di operare dello Stato, quindi non deve necessariamente preoccuparsi di sviluppare cittadini educati, ma solo informati. Non so neanche se l’insegnamento si chiami ancora Storia ed Educazione civica. Però credo che, attraverso l’insegnamento della Storia, si possano formare le coscienze, e migliorare la qualità di vita di tutti. La vittoria di Pirro ne è un bell’esempio . Sicuramente è importante spiegare che Pirro, re dell’Epiro, sfidò Roma, invadendo l’Italia nel terzo secolo avanti Cristo. In una delle battaglie (quella finale) i romani persero, ma causando tante e tali perdite all’esercito di Pirro che questi fu costretto ad abbandonare la guerra. Si possono aggiungere le date, spiegare la strategia militare, i nomi dei generali romani, e tutto quanto è compreso nel testo di storia, funzionale all’età dello studente. Ma si può anche cogliere l’occasione per spiegare che la definizione di “vittoria di Pirro” è rimasta nei modi di dire per evidenziare come una vittoria può equivalere ad una sconfitta . E da qui spiegare che non esiste solo la dicotomia vittoria – sconfitta, che non è indispensabile vincere o perdere. Se c’è un contrasto, se ci sono diversi punti di vista o diversi obiettivi, si può vincere insieme. Grazie a Pirro diventa più semplice spiegare quanto sono vane alcune liti, e quanto invece si può guadagnare con una negoziazione . Attenzione! Negoziazione, e non compromesso! Quando la guerra è in atto, al massimo si raggiunge un compromesso. Ma prima che la battaglia si scateni, che la lite raggiunga l’apice, si può tendere alla negoziazione: comprensione dell’altro e delle sue priorità e scelta di un obiettivo comune. Impossibile? Difficile? Complesso! Ma quanto si vive meglio! Questo è quanto scrivevo alcuni anni fa. Oggi, mai come oggi, è fondamentale ricordare il concetto della vittoria di Pirro. Oggi si combatte per vittorie immediate, con battaglie basate fondamentalmente sulla forza. Oggi si dimentica quanto siamo interconnessi e quanto la apparente sconfitta di uno diventa, in poco tempo, la sconfitta di tutti. A me sembra che i contendenti di oggi, e uno in particolare, stia precipitando verso una vittoria di Pirro, con gravi danni per tutti.
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