Sugli stili di management, gestione, leadership, esistono tanti testi, infinite teorie e tante spiegazioni utili e interessanti.
Uno stile, però, non viene quasi mai raccontato, ma viene applicato: il management per paura.
In realtà è un’aberrazione, una estremizzazione di stili ben più noti e studiati, ma esiste e si può riconoscere.
La prima volta che l’ho vista applicare è stato in azienda, molti anni fa. Nel discorso di insediamento il nuovo capo ha chiaramente comunicato che coloro che non erano d’accordo con lui potevano andarsene e comunque sarebbero stati licenziati. Ad ogni riunione importante con i quadri o i dirigenti il concetto veniva ripetuto e già nel primo anno abbiamo visto diversi licenziamenti (o eliminazioni) di dirigenti.
Paradossalmente non c’è stata la rivoluzione e neanche qualche boicottaggio. Ho visto persone abilissime a schivare ogni forma di attività mettersi improvvisamente a lavorare, ho visto i risultati economici crescere.
Confesso: ero disgustata.
Poi mi capitò di osservare qualcosa di simile da parte di un medico. Poi l’ho visto ancora, e oggi osservo il fenomeno con maggiore frequenza.
In cosa consiste in ambito medico?
Sguardo duro, poche spiegazioni, nessuna empatia, ascolto del paziente inesistente. Di più: il paziente viene tacitato se parla troppo o se fa domande che il medico ritiene inopportune.
E poi arriva il bello, la ciliegina sulla torta. Anziché spiegare, motivare, convincere, arrivano frasi, domande, affermazioni.
Funziona? Sì, potrebbe funzionare, o il paziente potrebbe cambiare medico alla velocità del fulmine.
È etico? Secondo me no, ma questo è il mio parere.
I problemi, però, non sono questi, ma altri.
Questo tipo di gestione ha due possibili origini: il complesso di Dio o il burnout.