Il ruolo dell'ascolto

Credo che il fine ultimo dell’ascolto sia quello di udire l’armonia dell’universo.

L’errore più frequente che facciamo è pensare che ascoltare sia qualcosa che riguarda solo i nostri rapporti con gli altri. Già così ascoltare sarebbe importante!

Ma ascoltare significa anche ascoltare se stessi, capire le nostre necessità più profonde e non limitarci alle sensazioni di superficie che, in genere, ci sono indotte da schemi mentali, abitudini di pensiero o addirittura da martellamenti pubblicitari o costrizioni costruite ad arte.


Si ascolta con l’udito, certo. Ma si ascolta anche con gli occhi, con il cuore e con la pancia! (spesso con lo stomaco: vi è mai capitata quella stretta allo stomaco che indica come qualcosa non sia perfettamente a posto?).


Esistono tecniche specifiche che descrivono diversi tipi di ascolto e come migliorare l’ascolto. Ve ne parlerò la prossima volta. Ma ci sono alcuni elementi fondamentali dell’ascolto che non possono essere appresi come tecnicismi.

  • Ascoltare vuol dire essere aperti e disponibili.
    L’energia che si sprigiona è quella dell’accoglienza, codificata tra i valori femminili (non in senso di genere, ma di contrapposizione ying – yang). Si tratta dunque di accogliere se stessi e gli altri, di essere disponibili anche alle sorprese.
  • Per ascoltare davvero bisogna saper “sospendere il giudizio”.
    Quante volte saltiamo alle conclusioni dopo le prime parole? O rifiutiamo persino certe nostre idee perché le condanniamo a priori? Oppure, ancora, non siamo disposti ad accettare che una persona che detestiamo possa dire una cosa particolarmente “intelligente” e condivisibile?

Certo, imparare a sospendere il giudizio in un mondo dove le etichette sono all’ordine del giorno non è facile. Ma è fattibile! E i benefici sono davvero tanti.

  • Per ascoltare ci vuole pazienza: ed ecco un'altra energia femminile che nell’ultimo secolo è stata bistrattata e sottovalutata, ma merita il pieno recupero e potenziamento!

Essere stressati è una condizione totalmente contraria all’ascolto. Il bello, però, è che se impariamo ad ascoltare è l’ascolto stesso che tiene lontano e demolisce lo stress!

So bene che non ho dato “risposte”, ma spero di aver fatto sorgere pensieri e domande. E di suscitare riflessioni.

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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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