Sai riconoscere il burnout?

Aumentano articoli e ricerche che segnalano l’incremento del burnout     

È facile, soprattutto in questo periodo, trovare articoli che raccontano l’incremento di burnout, anche tra i farmacisti, e basta poco per trovare sul web siti o pagine che spiegano con dovizia e precisione di cosa si tratta.

Il burnout è, per definizione, un problema che si genera in ambito professionale e le azioni sono le aziende, nel senso più ampio del termine, che dovrebbero mettere in atto misure preventive e correttive.

È una vera patologia, complessa e composita, e come tale non è facile da diagnosticare.

C’è però un aspetto a latere.

Burnout significa “essere scoppiati”.

Il farmacista non può, ovviamente, riconoscere il burnout di un suo cliente, tantomeno ipotizzare una diagnosi di burnout.

Il farmacista può però sospettare una situazione di disagio ascrivibile al burnout. Come? E poi?

Cominciamo da come.

I sintomi del burnout sono tanti: stanchezza, insonnia, cefalea, mal di stomaco, problemi sessuali, tachicardia, nausea, inappetenza, dolori e problemi digestivi, senso di soffocamento, tremori, sudorazione alle mani, mal di schiena e tensioni muscolari, vertigini, ipertensione…

Del burnout fa parte un pesantissimo senso di inadeguatezza e importanti problemi relazionali: entrambe si manifestano molto spesso con immotivata aggressività.

Ed ecco che vengono in mente quei pazienti-clienti che hanno ogni tipo di problemi e sono intolleranti, aggressivi, maleducati. Attenzione, in particolare, ai clienti fidelizzati che non hanno mai mostrato prima questo genere di segnali.

E poi? Che fare?

La prima cosa è non farsi coinvolgere. Perché il clima di malessere e aggressività che sta dilagando coinvolge facilmente.

Mettere quindi in atto alcune semplicissime reazioni sempre utili e disponibili in situazioni di stress: spalle dritte, testa alta, respiri profondi. Al paziente serve a poco, ma tutela il farmacista.

Empatia e placebo: rimedi sempre utili.

Invito ad andare dal medico, evitando di pasticciare con i farmaci.

E proporre di alleviare l’ansia.

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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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