Riflessioni sul burnout

Fonti attendibili segnalano un incremento dei casi di burnout

Ricevo regolarmente riviste per farmacisti e medici e da tempo sono abbonata a servizi di google scholar per aggiornamenti su lavori pubblicati sulla relazione medico-paziente e il benessere psicologico nei luoghi di lavoro. Questo per dire che ho un osservatorio aggiornato e attendibile, che segnala incrementi elevatissimi del fenomeno del burnout.

È allarme?

Il burnout è una roba seria, una vera patologia con un’infinità di sintomi e manifestazioni: le persone scoppiano. Non è solo stress, ma molto, molto di più.

La diagnosi di burnout è complessa: serve un vero specialista.

Non è mia intenzione contestare le pubblicazioni che ho letto, ma come per ogni diagnosi complessa è importante valutare i criteri diagnostici utilizzati e in diversi casi, soprattutto negli articoli più divulgativi, si usa la definizione di burnout con un po’ troppa leggerezza.

Nonostante il mio desiderio di sdrammatizzare, il problema c’è.

Ciò che emerge con forza è la sensazione di impotenza, come svuotare il mare con un cucchiaino, abbastanza tipico delle professioni sanitarie e fondamentalmente imputabile alla pandemia.

Problemi più generalizzati, che credo riscontriamo più o meno tutti, sono anche la stanchezza, in una forma molto simile alla fatigue tipica dei pazienti oncologici, la mancanza di fiducia nel futuro, e persino di speranza, e un intensificarsi dell’aggressività, come se la rabbia potesse essere una soluzione al malessere.

Apparentemente possono sembrare elementi scollegati tra loro, ma possono anche essere letti come una escalation di un’emozione base: la paura.

Difficile ipotizzare soluzioni globali o generalizzate. Siamo verso la fine di un ciclo della nostra storia, quel ciclo iniziato con la rivoluzione industriale: indietro non si torna e il futuro sta emergendo, ma non è ancora qui.

Inutile, secondo me, sperare che una qualunque legge o piano di investimenti possa farci tornare al mondo che abbiamo conosciuto.

Eppure possiamo fare molto, singolarmente e collettivamente.

  • Singolarmente possiamo abbracciare le nostre paure invece di soccombere.
  • E collettivamente possiamo collaborare, spargere armonia, risate e benessere. Io ci credo.
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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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