Io ti vedo, tu mi senti?

Il dialogo mediante errato utilizzo dei filtri sensoriali

Storia
Vede, dottore, vorrei che lei mi inquadrasse esattamente la situazione. La mia malattia mi crea grossi problemi.
Mi ascolti, signora. Capisco che lei si possa sentire giù di tono, ma non ce n’è davvero motivo. Non voglio semplicemente smorzare le sue preoccupazioni: la sua sensazione di dolore acuto non deve preoccuparla.
Ma io provo un fastidio accecante! Certo che la sua visione è diversa dalla mia: sono io che sto male.
Signora, capisco e non credo assolutamente che lei voglia amplificare le cose, lasci che le racconti più dettagliatamente la sua malattia.
Voglio solo il suo punto di vista: quando guarirò? Magari sono io che le ho illustrato un quadro confuso, ma mi aiuti a mettere a fuoco il mio futuro.
Domande
Al di là del dialogo ridicolo, quasi inevitabile quando si vogliono accentuare certi aspetti, è palese che il dialogo tra questo medico e questa paziente ha delle difficoltà.
  • A quale aspetto della comunicazione si fa riferimento? 
  • Perché il dialogo è così difficile, al punto di sembrare quasi una rissa?
  • Cosa dovrebbe essere modificato?
  • Chi dovrebbe procedere con il cambiamento?
  • Come si può migliorare questo dialogo?
Risposta
Perdonatemi per il dialogo decisamente ridicolo e improbabile, ma ho volutamente accentuato le differenze di linguaggio.
A quale aspetto della comunicazione si fa riferimento? 
Il dialogo si riferisce ai filtri sensoriali. In rosso trovate le espressioni tipiche del visivo, come la nostra paziente, e in verde le espressioni dell’uditivo: il nostro medico.
  • Vede, dottore, vorrei che lei mi inquadrasse esattamente la situazione. La mia malattia mi crea grossi problemi.
  • Mi ascolti, signora. Capisco che lei si possa sentire giù di tono, ma non ce n’è davvero motivo. Non voglio semplicemente smorzare le sue preoccupazioni: la sua sensazione di dolore acuto non deve preoccuparla.
  • Ma io provo un fastidio accecante! Certo che la sua visione è diversa dalla mia: sono io che sto male.
  • Signora, capisco e non credo assolutamente che lei voglia amplificare le cose, lasci che le racconti più dettagliatamente la sua malattia.
  • Voglio solo il suo punto di vista: quando guarirò? Magari sono io che le ho illustrato un quadro confuso, ma mi aiuti a mettere a fuoco il mio futuro.
Perché il dialogo è così difficile, al punto di sembrare quasi una rissa?
La paziente usa un linguaggio di tipo visivo, mentre il medico risponde utilizzando il linguaggio del filtro prevalente uditivo.
  • Ne consegue che la paziente non si sente compresa, pensa di non essersi spiegata, non capisce fino in fondo le risposte del medico e si innervosisce.
  • Analogamente il medico, che evidentemente non ha studiato comunicazione e non è molto empatico verso la sua paziente, ritiene che la signora esageri e non voglia capire ciò che le dice.
Cosa dovrebbe essere modificato?
Ovviamente il linguaggio.
Chi dovrebbe procedere con il cambiamento?
È il medico colui che deve effettuare per primo il cambiamento. Ciò perché la capacità di comunicare con il paziente dovrebbe far parte del bagaglio del medico, ma soprattutto colui che adegua e adatta il suo linguaggio per primo è colui che crea il rapport, ed è quindi colui che guida.
E indiscutibilmente dovrebbe essere il medico a guidare la sua relazione con il paziente.
Alcune persone ingannano loro stessi pensando di essere più autorevoli se costringono l’altro a venire sul loro terreno (linguaggio, tono di voce, modo di parlare). In comunicazione questo si chiama guida e può essere fatto efficacemente solo dopo il ricalco, cioè solo dopo aver stabilito l’empatia. 
Se si costringe a forza una persona a venire sul nostro terreno, opporrà resistenza, faremo enormi fatiche e cercherà comunque di sfuggire appena possibile. Così perderemo non solo l’autorità forzata, ma anche la credibilità futura.
Se invece dimostriamo ad una persona la nostra comprensione e vicinanza e solo dopo la accompagniamo e la guidiamo sul nostro terreno, avremo stabilito basi molto solide per la nostra autorità.
Come si può migliorare questo dialogo?
Basta davvero molto poco.
È sufficiente che il medico usi i vocaboli e i modi di dire già usati dalla paziente o sfumature analoghe. Ad esempio.
  • Vede, dottore, vorrei che lei mi inquadrasse esattamente la situazione. La mia malattia mi crea grossi problemi.
  • Mi guardi, signora. Capisco che lei si possa sentire confusa, ma non ce n’è davvero motivo. Non voglio semplicemente mettere in ombra le sue preoccupazioni: la sua sensazione di dolore lancinante non deve preoccuparla.
  • Ma io provo un fastidio accecante! Certo che la sua visione è diversa dalla mia: sono io che sto male.
  • Signora, capisco e non credo assolutamente che lei voglia rendere più vistose le cose, lasci che le dipinga più dettagliatamente la sua malattia.
  • Voglio solo il suo punto di vista: quando guarirò? Magari sono io che le ho illustrato un quadro confuso, ma mi aiuti a mettere a fuoco il mio futuro.

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Non so come si insegni la storia oggi. Ai miei tempi, parecchi anni fa, la storia era una favola affascinante, ricca di personaggi, o una sequela di date: dipendeva dall’insegnante. Ma era sempre nettamente separata dall’educazione civica (che, bisogna dirlo, era piuttosto trascurata e, quando l’insegnante si ricordava, consisteva solo nella lettura della Costituzione: meglio di niente, ma troppo poco per educare dei cittadini). Certo, l'educazione civica è lo studio delle forme di governo di una cittadinanza, con particolare attenzione al ruolo dei cittadini, alla gestione e al modo di operare dello Stato, quindi non deve necessariamente preoccuparsi di sviluppare cittadini educati, ma solo informati. Non so neanche se l’insegnamento si chiami ancora Storia ed Educazione civica. Però credo che, attraverso l’insegnamento della Storia, si possano formare le coscienze, e migliorare la qualità di vita di tutti. La vittoria di Pirro ne è un bell’esempio . Sicuramente è importante spiegare che Pirro, re dell’Epiro, sfidò Roma, invadendo l’Italia nel terzo secolo avanti Cristo. In una delle battaglie (quella finale) i romani persero, ma causando tante e tali perdite all’esercito di Pirro che questi fu costretto ad abbandonare la guerra. Si possono aggiungere le date, spiegare la strategia militare, i nomi dei generali romani, e tutto quanto è compreso nel testo di storia, funzionale all’età dello studente. Ma si può anche cogliere l’occasione per spiegare che la definizione di “vittoria di Pirro” è rimasta nei modi di dire per evidenziare come una vittoria può equivalere ad una sconfitta . E da qui spiegare che non esiste solo la dicotomia vittoria – sconfitta, che non è indispensabile vincere o perdere. Se c’è un contrasto, se ci sono diversi punti di vista o diversi obiettivi, si può vincere insieme. Grazie a Pirro diventa più semplice spiegare quanto sono vane alcune liti, e quanto invece si può guadagnare con una negoziazione . Attenzione! Negoziazione, e non compromesso! Quando la guerra è in atto, al massimo si raggiunge un compromesso. Ma prima che la battaglia si scateni, che la lite raggiunga l’apice, si può tendere alla negoziazione: comprensione dell’altro e delle sue priorità e scelta di un obiettivo comune. Impossibile? Difficile? Complesso! Ma quanto si vive meglio! Questo è quanto scrivevo alcuni anni fa. Oggi, mai come oggi, è fondamentale ricordare il concetto della vittoria di Pirro. Oggi si combatte per vittorie immediate, con battaglie basate fondamentalmente sulla forza. Oggi si dimentica quanto siamo interconnessi e quanto la apparente sconfitta di uno diventa, in poco tempo, la sconfitta di tutti. A me sembra che i contendenti di oggi, e uno in particolare, stia precipitando verso una vittoria di Pirro, con gravi danni per tutti.
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