L’ho conosciuta quando aveva 4 anni: una dolcissima bimba, timida, ma sempre sorridente.
Ora di anni ne ha quasi 18, ed è una splendida ragazza, ancora timida e sorridente.
È arrivata in Italia a due anni: padre e madre filippini, facenti parte della comunità dei Testimoni di Geova: una comunità molto unita. I genitori parlano la loro lingua, un po’ di inglese e un po’ di italiano: anche se vivono qui da anni e lavorano in Italia, trascorrono il loro tempo libero con i connazionali, quindi il loro italiano rimane costantemente al livello essenziale.
Lei, invece, ha frequentato l’asilo e le scuole in Italia.
Qualche giorno fa la madre mi raccontava delle sue difficoltà con questa figlia che, oltre ad essere adolescente, con tutte le controversie e ribellioni degli adolescenti di tutto il mondo, rifiuta di trascorrere le vacanze nelle Filippine con la famiglia. Mamma, ho trovato uno splendido lavoro proprio durante il periodo in cui voi siete nelle Filippine: non posso rinunciare.
La situazione è dura da digerire per la mamma, ma la motivazione è impeccabile.
Peggio, molto peggio, è che la figlia rifiuta buona parte della cucina filippina, dichiarando che la cucina italiana è decisamente migliore e, infine, ha confessato di non avere alcuna difficoltà nel suo lavoro di interprete: passare da una lingua all’altra le è assolutamente abituale perché lei considera l’italiano come lingua madre e ritiene il tagalog, la lingua filippina parlata dalla sua comunità, come una seconda lingua.
In pratica, quasi 13 anni di scuola italiana l’hanno plasmata: è totalmente integrata in due diverse culture, ma è quella italiana che considera più “sua”.
Potere della scuola.