Il medico e l’ascolto 3° parte
Prosegue l’analisi di alcuni comportamenti che si manifestano ascoltando.

L’essere umano è fondamentalmente adattabile, flessibile e in grado di apprendere in modi diversi. Si può imparare ad ascoltare facendo esercizio, studiando le teorie che spiegano le modalità d’ascolto, entrando in empatia con l’interlocutore, …
Chi ha imparato ad ascoltare mette in atto specifici comportamenti, ma, grazie alla capacità di apprendimento umano, possiamo anche ribaltare l’equazione: mettendo in atto i comportamenti più adeguati ad un buon ascolto, impariamo poco a poco ad ascoltare.
Per migliorare regolarmente la capacità di ascolto inizialmente può essere necessario uno sforzo di volontà, si possono fare esercizi di vario tipo, si può chiedere ad un amico o ad un familiare di aiutarci, l’importante è la costanza.
- Non interrompere gli interlocutori mentre parlano. Ovviamente il comportamento fa riferimento a situazioni non patologiche o disfunzionali. Lasciar esprimere l’interlocutore fino in fondo è utile per imparare ad ascoltare meglio, ma ha anche altri vantaggi.
Ci sono persone che faticano ad “andare dritti al punto”, o che hanno bisogno (come i vecchi diesel) di tempo per esprimere i pensieri più profondi.
Nel caso della relazione medico – paziente la situazione è resa più complicata, spesso, da una sorta di timore verso il medico, o verso la diagnosi, ed è dimostrato che l’ansia è un pessimo compagno per il dialogo! Inoltre, come ripeto spesso, il paziente ha bisogno di sentirsi accolto, e le interruzioni da parte del medico trasmettono esattamente l’opposto. - Concentrarsi su quanto viene detto, anche se non interessa. A volte non è facile, ma è una questione di abitudine. Ciò che una persona dice può non sembrare interessante, ma la persona lo è, sempre, e soprattutto se siamo in una relazione di aiuto come quella medico – paziente. La sensazione che ciò che dice l’altro non sia interessante emerge solitamente all’inizio, quando la conversazione stenta ad essere funzionale, o se l’interlocutore di disperde, o ripete più volte lo stesso concetto. Continuare ad ascoltare permette di comprendere le ragioni, i timori, le ansie dell’altro e ad entrare in un dialogo più profondo e costruttivo.
- Osservare l’espressione degli interlocutori. La comunicazione non verbale è fondamentale, e soprattutto è importante coglierne le variazioni e le distonie rispetto alla parte verbale del messaggio. Personalmente suggerirei ai medici di studiare le microespressioni, elementi di comunicazione non verbale comuni a tutte le culture.
- Evitare, assolutamente, di pensare a come ribattere mentre l’interlocutore sta parlando. Se l’interlocutore è un buon ascoltatore, se ne accorge, e la conversazione può considerarsi conclusa. E, in ogni caso, cercare di anticipare, pensando a come ribattere mentre l’altro sta parlando, è uno dei comportamenti che più contrastano con l’ascolto.

La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …







