Sì, sicuramente, al medico serve essere empatico nei confronti del paziente. La risposta è banale, ma io stessa, nei diversi articoli sull’argomento, non ho raccontato fino in fondo a cosa serve.
Innanzi tutto il fattore più ovvio: l’empatia serve per generare un clima di fiducia, serve per capire più profondamente il paziente, per comprendere meglio quello che dice e, soprattutto, quello che non dice o vorrebbe tener nascosto.
Serve per ottimizzare la prescrizione.
Già questo secondo me è importante, ma per alcuni potrebbe essere non essenziale.
La capacità di empatia diventa fondamentale, però, quando si ritiene opportuno indurre il paziente a cambiare comportamenti, stili di vita, o correggere abitudini non sane.
La prescrizione di terapie, infatti, è basata su schemi di interazione medico – paziente completamente diversi da quelli necessari per cambiare comportamenti.
In pratica, quando parliamo di compliance generalmente intendiamo sia l’aderenza alla terapia che l’adesione a stili di vita più sani, ma quando vogliamo ottenere la piena compliance sono necessari due meccanismi comportamentali diversi.
Ottenere l’aderenza terapeutica richiede chiarezza da parte del medico nello spiegare lo schema terapeutico, la motivazione della terapia, i benefici che se ne possono ottenere, tutte attività che possono essere fatte anche senza empatia, e si possono raggiungere ottimi risultati applicando qualche semplice tecnica di comunicazione.
Ma per indurre il paziente a cambiare comportamenti radicati, stili di vita, abitudini scorrette, una prescrizione non serve a nulla. Bisogna comprendere a fondo il paziente, mettersi nei suoi panni, aiutarlo a capire perché si sono istaurate certe abitudini, indurlo a desiderare profondamente di modificarle e aiutarlo a trovare le modalità per farlo: tutte cose impossibili senza empatia!