Celebrare le sconfitte

È facile celebrare le vittorie. Impara a festeggiare le sconfitte!

Lo si legge ovunque: è importante festeggiare le vittorie, assaporare i trionfi. Non lo nego. Ogni vittoria, per piccola che sia, produce una scarica di dopamina, uno dei mediatori chimici della felicità.

Festeggiare la vittorie fa bene, e ci fa bene.

E le sconfitte?

Personalmente sostengo che sia importante anche inventarsi un rituale di festeggiamento per le sconfitte.

Riflettiamo un attimo, e facciamo un’analogia.

  • È facile ricordarsi delle persone che ci hanno aiutato, incentivato, motivato…

Eppure, passata une certa età, si impara che esiste una sorta di gratitudine per chi ci ha fatto del male: in fondo ci ha insegnato chi e cosa non vogliamo essere, ed è una lezione importante.

Chi ci ha danneggiato ci ha insegnato chi e cosa non vogliamo diventare, ci ha fatto conoscere i nostri limiti e le nostre debolezze e sì, imparando a governare la rabbia e a rinunciare al rancore, ci ha aiutato a diventare persone migliori. Per lo meno, migliori di loro.

Brindo felicemente a chi mi ha sostenuto, e brindo con un grande vaffa a chi ha cercato in molti modi di affossarmi: non ci sono riusciti.


Questo vale anche per la vita.

Talvolta la vita porta al trionfo, alla vittoria, talvolta alla sconfitta.

Fa tutto parte del gioco. L’importante è non cercare colpevoli, e riconoscere i propri meriti senza arroganza e i propri errori senza sentirsi incapaci.

Il festeggiamento della sconfitta non è un atto consolatorio. Non si beve fino a stordirsi: si brinda.

Riconoscere la sconfitta, o il fallimento, non è mica facile. Pensa a tutte quelle persone (ne conosco tante) che quando non trionfano cercano, all’esterno, di chi è la colpa: tutto pur di evitare di dire che hanno sbagliato. Ci sono tanti modi di sbagliare!

E non di rado l’errore è una delle migliori fonti di apprendimento.

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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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