Ribaltare i modelli mentali – come e perché

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi  Marcel Proust

I modelli mentali sono una specie di abitudine di pensiero, a cui seguono abitudini di comportamento e, talvolta, abitudini di giudizio.
Non c’è nulla di male nell’avere modelli mentali: a dir la verità è assolutamente impossibile non averne. E poi i modelli mentali nascono da ciò che abbiamo vissuto e sono un elemento base per unire il passato al presente.
A volte, però, diventano scomodi: un impedimento per cambiare o per vivere meglio. Questo è valido nelle cose più banali e nelle situazioni più profonde, importanti.

Cominciamo dalle banalità.
  • Per un colloquio di lavoro devo essere ben vestita, curata nei minimi particolari, ben truccata. Insomma, “a posto”. Chi direbbe di no? È ovvio. E va bene, mi verrebbe da dire “è giusto” che sia così.
    E adesso ipotizziamo che andando ad un colloquio di lavoro, tirata a lucido, mi si smagli una calza, e non ho le calze di ricambio. Io so che la calza è smagliata. Gli altri potrebbero anche non vederla, ma io lo so. LO SO! E questo mi mette ansia, divento incerta, penso che non sono a posto. E inevitabilmente mi presento diversa da quella che sono, mi mostro ansiosa.
    Il colloquio può andar bene o male, poco importa ora, ma so che ho passato un brutto momento. Per una calza smagliata.
Ecco: non voglio insegnare a diventare sciatti, poco curati, magari a presentarsi trasandati. Tutt’altro.
In realtà non voglio insegnare nulla.
Voglio raccontare, e lo farò anche i prossimi articoli, come fare in modo che i modelli mentali diventati abitudini costrittive di pensiero diventino strumenti di maggiore flessibilità, di gioia e divertimento invece che di impedimento e blocco.
Il trucco è semplice: cambiare prospettiva, ma spesso serve un po’ di esercizio e, probabilmente, qualche esempio pratico.
Per me scoprire di poter ribaltare il mio mondo cambiando prospettiva è stata una grande apertura mentale, una vera soddisfazione, e mi dà molta gioia: spero lo sarà anche per voi.

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Per un autore può essere molto facile o molto difficile descrivere il proprio libro, dipende dai punti di vista, e non ci sono vie di mezzo. Per me è difficile: non appartengo alla generazione abituata a fare personal branding, che poi vuol dire presentarsi al meglio e farsi pubblicità: io sono più vecchia, appartengo ad una generazione che è stata educata diversamente., a nascondersi un po'. A fatica, e a modo mio, mi adeguo. Il farmacista che comunica racconta le tecniche di comunicazione più utili per il farmacista nella sua professione quotidiana , e lo fa spiegando la teoria , aggiungendo esempi pratici ed esercizi per migliorare e ragionarci su. Ma il libro è anche, se lo vediamo nella sua globalità, una riflessione sulla professione stessa del farmacista qual è oggi e come potrà essere nel prossimo futuro. Come iscritta all'Albo da molti anni, posso dire che sono orgogliosa dei costanti attestati di fiducia che il farmacista riceve dai clienti e dai pazienti, e sono altrettanto orgogliosa dei molti farmacisti che vedo prodigarsi nel lavoro quotidiano a favore della qualità di vita di tutti. Sono invece meno orgogliosa di alcuni arroccamenti a modelli mentali ormai obsoleti, che pure si incontrano. Prendete quindi questo libro come un supporto, un aiuto e un invito al rinnovamento di una professione che ha origini antichissime e, spero, un brillante futuro.
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