Il viaggio dell'eroe e la salute: qual è il premio
Cosa ottiene il paziente gestendo con consapevolezza il suo Viaggio dell'eroe?

In diversi articoli ho parlato di Viaggio dell’eroe in relazione a malattie gravi. Ne tratterò ancora: è un argomento che mi appassiona, che per me, paziente oncologico, ha fatto la differenza, su cui ho scritto, e sto scrivendo.
È arrivato, credo, il momento di chiarire un punto importante: cosa si ottiene percorrendo il viaggio dell’eroe in ambito salute.
Mi è difficile dare una risposta assoluta: il viaggio è un’esperienza personale, la malattia anche, quindi ciascuno troverà una sua personalissima risposta,
ma c’è qualcosa che può accomunare tutti e diventare una specie di quell’obiettivo che, nel coaching, è tanto importante determinare.
Il viaggio dell’eroe legato alla malattia è all’interno del grande viaggio che compiamo nella vita.
Nell’ambito di questo viaggio, dunque, la malattia rappresenta una scossa, ci induce a lasciare ciò che viene chiamata zona di confort, anche se spessissimo è tutt’altro che confortevole. In pratica, iniziare il viaggio legato all’esperienza della malattia ci permettere di compiere passi avanti nel viaggio della vita.
Ma ciò è, in un certo senso, marginale rispetto a quanto possiamo ottenere portando a termine il viaggio dell’esperienza specifica: la malattia.
Qualunque sia la malattia sconvolgente che ci induce a compiere lo specifico viaggio, chi lo porta a termine ottiene la felicità.
Non si tratta di quegli sprazzi di felicità che siamo abituati a contrapporre alla serenità, sostenendo, spesso, che la serenità sia a lungo termine mentre la felicità possa consistere solo in attimi e pensando, di conseguenza, che la serenità sia ben più desiderabile. Lo pensavo anch’io, prima, e sbagliavo.
E non si tratta nemmeno di quella felicità, forse un po’ ebete, di chi rifiuta di vedere o di affrontare le difficoltà.
La felicità di chi completa il viaggio indotto da gravi problemi di salute è una solida felicità, che lascia spazio anche a momenti di tristezza e, talvolta, disperazione, e viene sempre recuperata.
È la felicità di chi si è messo duramente alla prova, ha trovato le proprie risorse, sa cosa può affrontare, è felice.

La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …







