Quanto conta la postura a scuola?

Un tempo la postura a scuola era obbligata, decisa. Una drammatica imposizione?

Quando andavo alle scuole elementari, la posizione obbligatoria per ascoltare la maestra che leggeva, o spiegava, era quella “in seconda”: sedute, schiena dritta, testa alta e mani dietro la schiena.
Non era sempre facile: a volte si stava così per oltre un’ora. Si penava parecchio. 
Oggi le cose sono cambiate, c’è più libertà e maggior rispetto per la libertà di movimento dei bambini.
Eppure … 
Su molti aspetti della comunicazione è stata dimostrata una relazione molto stretta: le parole e le costruzioni delle frasi che usiamo manifestano il nostro modo di pensare, il respiro è strettamente unito allo stato d’animo, i nostri gesti e la nostra postura rilevano di noi più di quanto noi stessi vorremmo.
Ed è anche stato dimostrato che chi assume, durante l’ascolto, una posizione di chiusura (spalle curve in avanti, braccia conserte, e così via) recepisce fino al 60% in meno rispetto a chi, invece, ascolta assumendo una postura aperta. 
È davvero la posizione che influenza? Difficile a dirsi! 
  • Infatti la postura di chiusura viene, sicuramente, assunta per esprimere, più o meno consciamente, la volontà di non ascoltare, di non lasciarsi influenzare e di rifiutare tutto ciò che viene detto. 
Ma stante la stretta interazione tra postura e pensiero, se chi non vuole ascoltare è “costretto” ad assumere una posizione aperta, anche la sua intenzione di non sentire viene in buona parte annullata. 
Quindi, pur con tutto il rispetto per la mobilità e la libertà degli studenti, pur eliminando drasticamente quelle sgridate (e qualche scappellotto) che hanno subito quelli della mia generazione, potrebbe essere utile e saggio abituare gli studenti, quanto più possibile, ad assumere una postura corretta quando ascoltano le lezioni, con i dovuti modi, e magari offrendo loro le motivazioni della richiesta.
D’altra parte, in genere, i più restii a stare seduti in posizione corretta sono i cinestesici, generalmente più irrequieti, ma sono anche coloro che in linea di massima accettano volentieri di fare o imparare qualcosa che abbia una buona ragione pratica per essere fatta o appresa.

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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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