Non solo liste d’attesa
Non sono solo le liste d’attesa che portano a scegliere la sanità privata.

Si racconta spesso che le lunghissime liste d’attesa sono il motivo che porta, chi può, a scegliere la sanità privata. È vero, ed è vero che talvolta il paziente viene spinto verso la sanità privata per puri motivi di lucro.
Tuttavia in questo passaggio dal pubblico al privato c’è una motivazione, complessa, che non viene quasi mai citata o considerata.
La realtà è che la sanità privata garantisce maggiore attenzione al paziente.
Non sto parlando di qualità degli esami, che spesso sono migliori nel pubblico, o di terapie, talmente standardizzate che, fatta la diagnosi, è facile prevedere la terapia.
Purtroppo negli ultimi anni ho frequentato spesso sia la sanità pubblica che quella privata, osservando differenze sottili, ma essenziali.
Molti medici hanno lasciato la sanità pubblica lamentando, soprattutto, gli strettissimi vincoli di tempo da dedicare al paziente e si sono trasferiti nel privato.
Nel pubblico sono arrivati molti giovani. Sono sicuramente competenti, ma troppo spesso hanno modalità di lavoro che rendono perplessi i pazienti meno tecnologici. Inoltre la visita è obbligatoriamente veloce.
Funziona così:
- il paziente fornisce l’identità e gli esami
- il medico va al computer e, per almeno 10 minuti, controlla la cartella clinica, eventualmente il fascicolo sanitario, gli esami…
- poi, forse, ci sono un paio di minuti per la visita
- infine la prescrizione che, quando va bene, comporta la consegna delle ricette e di un foglio con le indicazioni della posologia
Poi… il tempo è scaduto.
Il medico del privato ha meno obblighi sul tempo a disposizione, è spesso più anziano e meno tecnologico (si affida più all’esperienza e meno al computer). Tutto ciò consente un maggior dialogo col paziente. C’è più spazio per le domande, più “rispetto” per l’ansia e le paure del paziente.
In teoria il privato dovrebbe essere più concentrato del pubblico sugli aspetti economici. Paradossalmente succede il contrario.
O, forse, non c’è alcun paradosso: il privato ha compreso che il successo di una struttura, e probabilmente anche di una terapia, si basa sulla relazione medico-paziente più che sulla competenza tecnologica. In fondo siamo ancora esseri umani. Se, e quando, verremo anche noi sostituiti dall’intelligenza artificiale sarà diverso.







