Spaventare o rassicurare? E perché?
Nella scuola, nella medicina e nella vita in generale: si ottiene di più spaventando o rassicurando? E da cosa dipende?
Quest’estate una giovane amica mi raccontava di aver sviluppato una sorta di panico da esami dopo essere stata bersagliata da un’insegnante, ricordandomi la mia stessa esperienza con la professoressa di matematica durante il primo anno di università. Viceversa ci sono insegnanti a cui sembra andare tutto bene: errori anche gravi tollerati con un sorriso, rassicuranti sufficienze non sempre pienamente meritate, …
Si può discutere a lungo su quale comportamento sia da considerare legittimo, proficuo, corretto. Ma ognuno di noi continuerebbe a portare argomenti a favore dell’una o dell’altra tesi.
E la stessa diatriba può essere condotta, anche a lungo, con i medici: qualcuno sostiene che il paziente debba essere indotto a cambiare abitudini poco sane anche attraverso la paura, altri ritengono che il paziente debba essere rassicurato per ottenere un buon livello di compliance.
Ma lei lo sa che può morire?
Ecco la frase detta da un medico ad un paziente. L’avreste mai detto? Ci sono medici che rassicurano, e medici che terrorizzano. Tutti i medici con cui ho affrontato questo argomento affermano che il loro comportamento è dettato dalla gravità della malattia.
Permettetemi di dubitarne.
Persino nel prescrivere esami di routine si può riuscire a terrorizzare un paziente. E anche nel dare una diagnosi infausta si può essere rassicuranti.
Credo che, in queste discussioni, non ci sia qualcuno che ha ragione e qualcuno che ha torto.
È la discussione che “è sbagliata”.
Perché ciascuno, nel sostenere il suo punto di vista, dimentica che ogni qual volta si desideri educare qualcuno l’unico punto di vista che ha valore è quello dell’educando, non dell’educatore.
Mi spiego meglio.
Nel comportamento, di ciascuno di noi, c’è un’influenza della storia personale. È molto difficile prendere completamente le distanze dalle proprie esperienze. Se si è assistita alla morte di una persona cara per una specifica malattia, è assolutamente inevitabile che quella malattia, qualunque sia, venga percepita come più grave di altre, parimenti infauste.
Ma questo è solo un aspetto della questione.
L’altro elemento che influenza è “cosa farei io in questo caso”. Se io, nella situazione del malato, fossi consapevole di reagire positivamente al terrorismo psicologico (eliminando, ad esempio, abitudini malsane per paura di ciò che può succedere) dirò al paziente che corre gravi rischi.
Al contrario se sono, ad esempio, abituato a trattare con familiari ansiosi, è più probabile che mi comporti in maniera rassicurante.
Ciò che conta davvero è il risultato:
cambiare abitudini poco sane nel caso della salute, migliorare la qualità dello studio nel caso dell’insegnamento.
Lo stimolo, e questo vale anche per cambiare comportamenti nel caso del coaching, ha la funzione di spingere la persona ad andare avanti, ad evolversi, a superare se stesso.
Ci sono persone che reagiscono positivamente alla sfida, e ci sono persone che hanno invece bisogno di una carezza.
Ci sono momenti, nella vita di ciascuno, in cui un calcio ben assestato può indurre ad un prodigioso balzo in avanti, e momenti in cui lo stesso calcio istiga solo a rinchiudersi in un ambiente protettivo.
Certo, anche medici ed insegnanti hanno diritto ad uno “stile personale”. Ma è chi guida che, a mio avviso, ha anche il dovere di essere abbastanza flessibile da modularsi in funzione delle persone che vuole, o deve, guidare. E questa è la differenza sostanziale tra svolgere un’attività che richiede competenze tecniche e gestire con modalità di coaching delle persone.
La differenza di risultati è sostanziale!
Lo sforzo per chi gestisce potrebbe sembrare rilevante all’inizio, quando si tratta di apprendere modalità diverse da quelle abituali. Ma, in realtà, si tratta quasi solo di attivare quella particolare struttura cerebrale di cui tutti siamo dotati: i neuroni specchio. E, sviluppando l’empatia, comprendere quali strumenti e comportamenti sono più utili con quella persona in quel momento. Ed è più lungo dirlo e raccontarlo che metterlo in pratica!.

Con il termine Milton Model si indica un particolare uso del linguaggio, un vero e proprio modello descritto da Milton Erickson, uno psichiatra considerato il padre dell’ipnosi moderna a scopo terapeutico, nonché il più grande esperto di Ipnoterapia di tutti i tempi. Erickson utilizzava specifiche forme linguistiche la cui conoscenza è particolarmente utile in ogni occasione della vita nella quale si desidera essere convincenti o si voglia difendersi dai meccanismi occulti della pubblicità ed essere consapevoli delle manipolazioni, nostre ed altrui, che orientano le decisioni. Sostanzialmente il Milton Model consiste nell’essere abilmente vaghi: in pratica ci si esprime in modo che chi ascolta possa rintracciare nelle frasi di chi parla qualcosa che lo coinvolge e lo riguarda direttamente, anche se chi parla sa molto poco dell’interlocutore e si limita ad applicare il ricalco e ad usare forme linguistiche studiate ad hoc. Tra le varie tecniche studiate, il Milton Model è quello che più si presta alla manipolazione, se condotto da persone prive di scrupoli, e nella vita quotidiana è spesso possibile rintracciare forme derivanti dal Milton Model nei discorsi dei politici o nelle campagne pubblicitarie. Rimando ad altre sedi per la spiegazione teorica del Milton Model. Ciò che oggi vorrei raccontarvi è come alcune frasi, prese dallo schema del Milton model, possono essere utili per supportare quei pazienti che vediamo dubbiosi, indecisi, demotivati, delusi. Capita spesso che il paziente non esprima dubbi e perplessità al medico, ma venga poi a “sfogarsi” in farmacia. In questi casi non possiamo né entrare nel merito della terapia, né fornire alternative, ma non possiamo neanche liquidarli dicendo “ faccia quello che le ha detto il medico ”. E allora la soluzione sta proprio in frasi vaghe, ma incoraggianti, che possono quasi sembrare banali, ma di cui molte ricerche hanno comprovato l’efficacia. Basta davvero poco per aiutarli a recuperare fiducia nelle terapie prescritte dal medico! Ecco alcuni esempi e la definizione tecnica del tipo di frase suggerita Collegamento temporale: Mentre prosegue la terapia farmacologica, cambia anche lo stile di vita Progressione : Più segue la terapia, più risulterà facile adeguarsi allo schema terapeutico Aneddoto : Ricordo un cliente che faceva il suo stesso trattamento, ha ottenuto ottimi risultati Comando incastrato: Chi ha seguito questa terapia correttamente ha avuto ottimi risultat i Lettura del pensiero: Lei si starà sicuramente chiedendo se la terapia è efficace: assolutamente sì ! Lettura del pensiero: Vedo già che si sente meglio Cancellazione : Dall’ultima visita la trovo molto migliorato Cancellazione : Mi dicono che la cura sia molto efficace Nominalizzazione : Trarrà sicuramente beneficio dalla terapia imposta ta

Con il termine Milton Model si indica un particolare uso del linguaggio, un vero e proprio modello descritto da Milton Erickson, uno psichiatra considerato il padre dell’ipnosi moderna a scopo terapeutico, nonché il più grande esperto di Ipnoterapia di tutti i tempi. Erickson utilizzava specifiche forme linguistiche, spesso in forma di domanda, la cui conoscenza è particolarmente utile in ogni occasione della vita nella quale si desidera essere convincenti o si voglia difendersi dai meccanismi occulti della pubblicità ed essere consapevoli delle manipolazioni, nostre ed altrui, che orientano le decisioni. Sostanzialmente il Milton Model consiste nell’essere abilmente vaghi: in pratica ci si esprime in modo che chi ascolta possa rintracciare nelle frasi di chi parla qualcosa che lo coinvolge e lo riguarda direttamente, anche se chi parla sa molto poco dell’interlocutore e si limita ad applicare il ricalco e ad usare forme linguistiche studiate ad hoc. Tra le varie tecniche studiate, il Milton Model è quello che più si presta alla manipolazione, se condotto da persone prive di scrupoli, e nella vita quotidiana è spesso possibile rintracciare forme derivanti dal Milton Model nei discorsi dei politici o nelle campagne pubblicitarie. Rimando ad altre sedi per la spiegazione teorica del Milton Model. Ciò che oggi vorrei raccontarvi è come alcune frasi, prese dallo schema del Milton model, possono essere utili per supportare quei pazienti che vediamo dubbiosi, indecisi, demotivati, delusi. Capita spesso che il paziente, pur non esprimendo dubbi o perplessità in maniera chiara, si mostri dubbioso, o sia chiaramente bisognoso di incoraggiamento. E allora la soluzione sta proprio in frasi vaghe, ma incoraggianti, che possono quasi sembrare banali, ma di cui molte ricerche hanno comprovato l’efficacia. Collegamento temporale: Mentre prosegue la terapia farmacologica, cambia anche lo stile di vita Progressione : Più segue la terapia, più risulterà facile adeguarsi allo schema terapeutico Aneddoto : Ricordo un paziente che faceva il suo stesso trattamento, ha ottenuto ottimi risultati Comando incastrato: Chi ha seguito questa terapia correttamente ha avuto ottimi risultati Lettura del pensiero : Lei si starà sicuramente chiedendo se la terapia è efficace: assolutamente sì! Lettura del pensiero : Vedo già che si sente meglio Cancellazione : Dall’ultima visita la trovo molto migliorato Cancellazione : Mi dicono che la cura sia molto efficace Nominalizzazione : Trarrà sicuramente beneficio dalla terapia impostata La parte di teoria è abbastanza semplice, ma poi è l'abilità del medico a scegliere la frase adeguata a qullo specifico paziente in quel particolare momento







