Soft sklls - Gestione di sé

Gestire se stessi è la cosa più difficile, e quella a cui dedichiamo meno energie.

Si sa: il web fornisce milioni di informazioni in tempi brevissimi. Digitate qualunque cosa su Google, e vi troverà migliaia di voci …

Poi provate a digitare “gestione di se stessi” … e vi accorgerete che la stragrande maggioranza delle pagine identificate fa riferimento alla necessità di imparare a gestire se stessi per essere un buon leader.

Non sono d’accordo. Contesto totalmente!


Essere ciò che siamo e diventare ciò che siamo capaci di diventare è il solo fine della vita. Robert Louis Stevenson


Se voglio essere un buon leader devo prima saper gestire me stessa. Questo è vero. È vero se intendiamo la stessa cosa per “essere un buon leader”. Ma se non mi interessa essere leader di nessuno, se non mi interessa gestire gli altri, se sto benissimo in un ruolo di gregario, se amo lasciarmi guidare dai genitori, dal coniuge, dai figli, dagli amici, sono forse esentato dall’imparare a gestire me stessa? È pura follia!


Dovrebbe valere, invece, il contrario: solo chi si impegna ad imparare a gestire se stesso ha diritto a ruoli in cui gestisce gli altri. Bell’idea, vero? E notate che ho detto “chi si impegna ad imparare” e non “solo chi sa gestire se stesso”. Ma anche ponendo questa limitazione, ci troveremmo improvvisamente un decurtazione del 90% (e sono buona!) dei dirigenti pubblici e privati, di altrettanti capiufficio, del 99% dei parlamentari (per favore, se identificate quell’1% segnalatelo!). Ci sarebbe una drastica riduzione dei genitori, e così via.


Gestire se stessi è un cammino che si intraprende, una scelta che si fa.


Però è una strada che vale la pena di percorrere: lungo la strada si trova la serenità, la gioia di migliorare un po’ ogni giorno, si trova qualche momento di consapevolezza, la soddisfazione di crescere, l’amore per se stessi senza orgoglio e sciocchi egoismi, il superamento delle paure, e molto altro.



Iniziamo dunque il viaggio, con l’avvertenza forse pleonastica che potrò fornirvi solo spunti e suggerimenti, da viaggiatore a viaggiatore.


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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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