Se l'anatroccolo non è più brutto

L’eccesso di linguaggio politically correct.

Quando il politicamente corretto prende il sopravvento sul sano buon senso diventa ridicolo, e ne abbiamo avuti parecchi esempi negli ultimi mesi.

Ciò di cui, secondo me, pochi si sono resi conto è quanto il linguaggio forzatamente politically correct può far danni.

Mi viene in mente una frase di Gilbert Keith Chesterton:

Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi.

Ed è proprio esagerando con il politicamente corretto nelle fiabe che si possono fare i danni peggiori.

Se l’anatroccolo non è più brutto non ha più ragione di soffrire, o risulta, se soffre, un po’ piagnucolone e anche antipatico.

Se la strega malvagia di Biancaneve non è più un strega e non è più malvagia, ma solo un po’ birichina, Biancaneve non è costretta a fuggire per salvarsi la vita, e la mela può provocarle, al massimo, un po’ di dissenteria.

Se il drago non è più un drago all’inizio della favola si genera un pesante scollamento con la realtà, perché i bambini sanno che i draghi esistono, ma quella favola non potrà più raccontare che i draghi possono essere uccisi perché nella favola non meriteranno più di essere uccisi.


Le favole ci hanno insegnato, per secoli, che i draghi possono essere combattuti e uccisi e che la sofferenza che ci provoca il drago all’inizio della storia non è priva di senso, ma una preparazione alla riscossa e alla vittoria.

Nel viaggio dell’eroe l’archetipo dell’orfano, un passaggio necessario, è rappresenta quella sofferenza che ci porta a varcare la soglia e iniziare quel viaggio di crescita e trasformazione che porta alla luce la parte migliore di noi.

Molte tecniche di crescita personale ci aiutano a capire che la nostra sofferenza non è priva di senso, ma una tappa per il cambiamento desiderato.

Se l’anatroccolo non è più brutto, se il drago non merita più di essere combattuto perché non è più cattivo, viene a mancare l’immaginifico e le metafore che insegnano ai bambini che si può superare la sofferenza, si può vincere, si può rendere il mondo un posto migliore.

Autore: Carla Fiorentini 21 dicembre 2025
Il Natale è un invito
Autore: Carla Fiorentini 21 dicembre 2025
Trova un’altra sedia e allunga il tavolo
Autore: Carla Fiorentini 14 dicembre 2025
Durante questo 2025 mi sono chiesta più volte se avevo sbagliato qualcosa nell’interpretare l’I Ching per l’anno. Poi mi sono chiesta se c’era qualcosa che non avevo capito.
Autore: Carla Fiorentini 7 dicembre 2025
La comunicazione è cambiata, tanto, negli anni…
Autore: Carla Fiorentini 30 novembre 2025
La programmazione neurolinguistica identifica 4 posizioni percettive: parliamo della seconda
30 novembre 2025
Sanità che cambia
Autore: Carla Fiorentini 29 novembre 2025
La diagnosi di una malattia grave dà inizio ad un vero viaggio dell’eroe.
Autore: Carla Fiorentini 23 novembre 2025
La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
Autore: Carla Fiorentini 23 novembre 2025
Harry vince la battaglia finale, ma ha vinto molto prima
Autore: Carla Fiorentini 16 novembre 2025
Che succede 10 anni dopo la diagnosi?
Show More