Ribaltiamo i modelli mentali Giusto e sbagliato

Quante volte ci siamo sentiti dire che qualcosa era sbagliato, e quante volte chiediamo, e ci chiediamo, con un pizzico di ansia, se “è giusto” …

Tra i modelli mentali che desidero ribaltare, o almeno mettere in discussione, la dicotomia tra giusto e sbagliato ha sicuramente un ruolo di primo piano.

Sì, perché la mia anima contestatrice si ribella all’idea che qualcosa, qualunque cosa, sia solo giusta o sbagliata.

Accetto, e accolgo, il contrapporsi tra giusto e ingiusto, laddove uno è equo, imparziale, onesto, e l’altro significa illegittimo, illecito, iniquo, ma tra giusto e sbagliato …

Capisco se parliamo di esercizi di matematica, studi di grammatica, traduzioni in una lingua straniera, ma quando ci addentriamo in scelte e comportamenti ho un forte moto di ribellione.

Purtroppo il depauperarsi costante e continuo del vocabolario di ciascuno di noi annulla le sfumature che, invece, sono essenziali, soprattutto in concetti come questo. Certo, giusto o sbagliato semplifica.

Semplifica la vita, come se le possibili scelte fossero su uno stretto binario, rigido, e ogni deviazione fosse drasticamente da evitare poiché, ovviamente, sbagliata. Semplifica anche l’educazione dei figli: no, così è sbagliato, è decisamente più semplice che spiegare perché un comportamento, in una data situazione, è da evitare.

Semplifica? Onestamente il termine mi sembra poco congruo con ciò che, mano a mano, accade a chi esaspera il concetto di giusto o sbagliato.

Già, perché se porto agli estremi le conseguenze significa che ho ben poche possibilità:

  • io sono giusto, quindi chi non è esattamente come me è sbagliato, e potete già immaginare cosa comporta
  • io sono sbagliato … ed è con questo che si sono dovuti confrontare tutti i ribelli o i creativi di questo mondo.


L’altra, inevitabile, conseguenza è giungere, ad ogni difficoltà importante, alla tristissima affermazione “non ho scelta”.

Non ho scelta perché non posso affrontare una via che ho bollato come sbagliata, quindi mi rimane un unico percorso, quello giusto, anche se mi porta alle peggiori infelicità.



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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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