Come rendersi conto se si sta cadendo nella medicina difensiva?
La medicina difensiva sembra essere sempre più comune. Ma raramente c’è vera intenzione da parte del medico. Come è possibile riconoscere se si sta acquisendo questo comportamento?

Si definisce medicina difensiva
la scelta del medico di prescrivere esami e accertamenti eccessivi e talvolta inappropriati in relazione alla sintomatologia del paziente al solo scopo di mettersi al riparo da eventuali cause per sospetta negligenza.
La prescrizione di esami e accertamenti eccessivi o inappropriati è quindi indubbiamente il sintomo principale che ci si è avviati alla medicina difensiva.
Però se si è arrivati a questo punto, il sintomo è molto evidente e la malattia comportamentale è conclamata.
- Esistono dei sintomi precoci? C’è modo di capire preventivamente se la paura sta dominando l’attività professionale più delle competenze?
Io credo di sì.
Intanto bisogna riconoscere la paura fin dal suo iniziale apparire.
- Se quando fate una scelta diagnostica o terapeutica compare, o anche solo si affaccia velatamente nel vostro pensiero, il timore che il paziente possa denunciarvi, siete sulla buona strada per praticare medicina difensiva.
- Se non sapete fare una graduatoria di quali tra i vostri pazienti potrebbero essere insoddisfatti delle vostre prestazioni professionali, ma li ritenete tutti ugualmente minacciosi, siete sulla buona strada per praticare medicina difensiva.
Ma esiste un altro sintomo, più subdolo.
Se avete preso l’abitudine di spaventare i vostri pazienti, vi state incamminando sulla strada della medicina difensiva.
Questo è un sintomo subdolo, perché il medico si sente “forte e sicuro”, quindi non sospetta di attraversare una fase di paura.
Attenzione: non parlo di quei (rarissimi) casi in cui il medico, forzando se stesso, decide di spaventare il paziente! Nel coaching ad esempio la scelta di generare un momento difficile per poi ottenere risultati è una tecnica ben precisa, che dovrebbe essere usata come ultima spiaggia, ma che talvolta è necessaria per dare una svolta a situazioni che sembrano essere immutabili.
Ma sempre più spesso mi vengono raccontati aneddoti su modalità di comunicazione che generano terrore nel paziente.
Medici che, ancor prima di ultimare la visita, dichiarano gravi rischi per la sopravvivenza, frasi come “lo sa che può morire?” o “è cosciente che forse ha un tumore?” …
All’inizio pensavo potesse essere banale maleducazione: i medici non ne sono immuni.
Poi un amico medico, che sta attraversando un momento difficile, mi ha fornito una diversa chiave di lettura.
“quando ho davanti un paziente che rompe, o ascolta poco, gli lancio un messaggio che spaventa. Da quel momento in poi, diventa un agnellino, e mi ubbidisce senza fiatare!
Questa è medicina difensiva!
E spesso è il primo sintomo. Il medico, spesso per problemi che sovrastano o esulano dalla professione, perde l’attenzione al singolo paziente, ma desidera solo essere “ubbidito”. Ordinare anziché convincere porta, inevitabilmente, a scelte da medicina difensiva.
Attenzione!

La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …







