Che ci faccio qui? - Ribaltare i modelli mentali

Ti sei mai chiesto che ci faccio qui? Qui, in questa vita, sulla terra, qui. Ci sono molti modi per cercare una risposta. Io … ho ribaltato il problema

Credo capiti a tutti. Sono certa che succede a molti. Almeno una volta, nella vita, ci si chiede Che ci faccio qui?

Talvolta sono i momenti di crisi che inducono alla domanda, altre volte è tutto ciò che si legge.

Che ci faccio qui?

Poi si cominciano a cercare risposte.

  • Si trovano inviti a vivere nel qui e ora, che appaiono estremamente contrastanti con il quesito di fondo.
  • Si va alla ricerca del karma, del dharma, del tikkun, dell’ikigai.
  • Si cerca il proprio compito nella vita, o si tenta di vivere per obiettivi.

A volte la ricerca è affannosa, quasi angosciata, altre volte è più soft e tranquilla.


Poi, ad un certo punto, la questione non è più quella di trovare risposte, perché di offerte di risposte se ne trovano, anche tante. Il problema diventa quale risposta è più convincente, quale risolve il male di vivere, le ansie, le paure.


La mia caccia al tesoro, comprendere che ci faccio qui, è stata lunga. Un po’ perché sono lenta nel comprendere e un po’ perché ogni risposta sembrava convincente, ma non mi soddisfaceva totalmente. Persino l’idea dell’evolvere, esperienza dopo esperienza, vita dopo vita, per quanto allettante, contrasta con alcuni dei miei principi perché rischia di diventare una scaletta in cui qualcuno è meglio, più evoluto, e qualcuno è peggio, creando una graduatoria di evoluzione in cui sentirsi superiore o inferiore.

Poi ho trovato la mia risposta, che non contrasta con le altre, ed ha spazzato via le mie perplessità.


Credo che ci sia stato un momento in cui avevo tutte le risposte, sapevo il motivo di questa vita e di tutte le esperienze, e le difficoltà. È stato quando ho scelto di nascere, in questa vita, con precisi genitori. San Pietro, o chi per lui, mi ha dato la possibilità di scegliere, informandomi di quale vita avrei fatto, cosa mi sarebbe successo e perché, cosa avrei potuto imparare, come e perché. Tutto aveva un motivo, e un significato. Potevo scegliere, e sono nata. Ero consapevole, prima, e poi ho dimenticato, ma la scelta è stata consapevole.

Questa idea, forse un po’ bizzarra, mi ha tranquillizzato: in fondo si tratta di aver fiducia, in me e nella vita. E nel video ti racconto un po’ di più.

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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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