Insegnare le soft skills

Si può fare!

Il mondo del lavoro suddivide le competenze in soft skills e hard skills, e dà sempre maggior importanza alle prime.

  • Vengono definite hard skills le competenze tecniche, specifiche del settore in cui si opera e degli studi che si è fatto.
  • Vengono, invece, definite soft skills le competenze trasversali, proprie della persona.

Per fare dei parallelismi con concetti noti possiamo dire che le hard skills sono quelle del sapere e del saper fare, mentre le soft skills sono quelle del saper essere.


Personalmente trovo piuttosto ironica la terminologia inglese che definisce “pesanti” o “difficili, complicate” le competenze tecniche e “tenui, sommesse” le competenze personali: è molto più difficile imparare ad essere che imparare tecniche o acquisire informazioni.

In ambito scolastico possiamo dire che le hard skills di un insegnante sono le sue materie di insegnamento, mentre il saper insegnare fa parte delle soft skills. Ma non è questo l’argomento che, oggi, desidero trattare.

Ciò che mi interessa condividere è legato ad alcune riflessioni sull’apprendimento e l’insegnamento delle soft skills. Perché, a dispetto di tante convinzioni e, soprattutto, pregiudizi, le soft skills possono essere imparate e insegnate, a qualunque età.

Alcune università, e poche scuole secondarie, hanno iniziato da qualche anno ad insegnare argomenti e tematiche che possono essere annoverate tra le soft skills, ma si può fare molto di più.

E soprattutto sarebbe opportuno trasmettere questi insegnamenti nella scuola primaria, facilitando così l’intero percorso di vita degli alunni.

È possibile? Sì, non è neanche tanto difficile, e non richiede, per poter far qualcosa, né grandi progetti né grandi investimenti. In pratica: possiamo cominciare subito, nella speranza che prima o poi chi si occupa e preoccupa di riforme scolastiche inserisca queste competenze nei programmi, formando i docenti.

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La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …
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