Cos’è il pensiero sistemico?
Il concetto di “sistemico” viene citato, invocato e avocato sempre più frequentemente. Ma cosa si intende?
Sempre più spesso di parla di pensiero sistemico
o interventi sistemici nelle aziende, nella società. La PNL è diventata sistemica, e molte scuole di business o di sociologia parlano apertamente di “sistemico”.
Il concetto è complesso, e d’altra parte il pensiero sistemico viene definito proprio per affrontare la complessità della nostra società attuale, che si manifesta a vari livelli.
Se cercate la voce “pensiero sistemico” su google, trovate centinaia di migliaia di voci, e parlo solo di quelle in italiano! Quindi non mi sforzo di darvi una definizione esatta ed esaustiva, ma solo un concetto comprensibile ed utilizzabile.
La definizione più bella che ho trovato sul pensiero sistemico è una metafora: il pensiero sistemico permette di vedere sia l’albero che la foresta, ed è in grado di operare al meglio su entrambe.
Tutti sappiamo che una foresta è composta, per definizione, di alberi. Eppure in genere se guardiamo l’albero non vediamo la foresta, e viceversa. Chi pensa, ed agisce, in maniera sistemica sa guardare l’albero, ma sa anche spostare il punto di vista per vedere e comprendere la foresta. Se agisce per il bene della foresta, lo fa tenendo conto del singolo albero e se agisce sull’albero lo fa considerando anche il bene della foresta, perché ovviamente l’albero e la foresta sono interdipendenti.
Ovvio? Nella pratica, non tanto.
Il pensiero sistemico viene da tempi lontani: ne parlavano (anche se non in questi termini) i filosofi greci
La sua “riscoperta” ampliata e potenziata da un’infinità di studi, teorie, attivazioni operative, è invece tipico degli ultimi decenni, e le applicazioni (con ottimi risultati) si possono trovare nei settori più disparati: dal benessere individuale alle più evolute teorie di business management.
Per essere più vicini all’area salute posso dire che il pensiero sistemico vede l’individuo come un sistema, la foresta, composto contemporaneamente da singoli organi, gli alberi. È un modo di pensare, ed agire, solo parzialmente affine alla medicina olistica, che tende a guardare e curare solo la foresta

La definizione di “ relazione di aiuto ” nasce nel 1951 quando Carl Rogers nel 1951 specificò che si tratta di " una relazione in cui almeno uno dei due protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità ed il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato ”. Carl Rogers è il fondatore del counseling . C’è spesso confusione tra relazione educativa e relazione di aiuto ma la confusione, a mio avviso, nasce in buona parte dal fatto che chi molto di quanto è stato scritto per argomentare le due tipologie di relazione nasce in ambito universitario e didattico, interessandosi più degli aspetti istituzionali che del lato pratico. Certamente chi educa aiuta, e chi aiuta educa , ma se ci riferiamo ad un contesto ben preciso, come quello dell’attività professionale quotidiana di un farmacista, ci sono alcune differenze molto specifiche. Ma in sostanza, serve davvero al farmacista conoscere le differenze? Il farmacista, in termini di comunicazione, svolge diversi ruoli e necessita di estrema flessibilità per passare da un ruolo all’altro o, meglio, per mettere in campo ogni volta le specifiche competenze che sono più utili. Per far meglio il proprio lavoro, o per affaticarsi meno nel farlo, è dunque utile conoscere e familiarizzare con i concetti basilari e le tecniche proprie di uno o dell’altro ruolo. Mi spiego meglio. Il farmacista vende . Non salute, ma prodotti. Le tecniche di vendita gli servono dunque per vendere meglio e anche per acquistare meglio, o saper controbattere ai venditori che incontra. Il farmacista consiglia . Il farmacista supporta il paziente e il medico per ottenere la massima adesione alle terapie. Il farmacista ha un importante ruolo sociale per migliorare salute e qualità di vita della popolazione. Le cose si complicano. Le tecniche di vendita non servono più, e in realtà non servono nemmeno quando il farmacista vuole passare dal puro atto di vendita alla più redditizia fidelizzazione del cliente. Ipotizziamo tre diverse situazioni, molto comuni nell’attività quotidiana. Il cliente presenta una prescrizione medica un po’ complessa e chiede aiuto per meglio comprendere e ricordare la posologia e la durata della terapia. In questo caso è ottimale far ricorso a tecniche di coaching , strumenti finalizzati al raggiungimento di uno specifico obiettivo. Il cliente ha un problema, non sa che fare, vuole suggerimenti e consigli, non sa neanche se andare dal medico o no. È preoccupato, ma confuso. È la classica situazione della relazione di aiuto. Il cliente ha un problema di salute. È sotto controllo medico, ma ha letto su qualche sito un po’ di tutto, sa che deve modificare il suo stile di vita o la sua alimentazione. Qui il farmacista passa al ruolo di educatore sanitario : chiarisce i dubbi, elimina le sciocchezze, fornisce suggerimenti. Ma quali sono le tecniche, le regole del gioco nei diversi ruoli? Un po’ di pazienza …







